Lo spazio urbano, come qualsiasi spazio umano, è attraversato dal conflitto, a volte silenzioso, che oppone chi occupa il centro della scena a chi è marginalizzato nelle periferie.
Tra gli anni ’70 e gli anni ’80, l’hip-hop, specialmente nei ghetti delle metropoli statunitensi, ha dato voce al desiderio dei soggetti marginali di vedersi riconosciuti come soggetti pienamente umani.
Questa lotta per il riconoscimento ha assunto sia la forma della contestazione politica e della rivendicazione di diritti civili che quella dell’affermazione personale e della super-integrazione.
Nel corso degli anni, l’ingresso dell’hip-hop nei canali mediatici ne ha anestetizzato il portato politico e ne ha esasperato la componente individualistica, trasformndolo spesso in una moda ricca di retorica e povera di contenuti, dominata dai simboli che un tempo cercava di contestare. In questo modo, l’hip-hop si dimenticava delle periferie proprio nel momento in cui si diffondeva in tutte le città.
Rivalorizzare l’hip-hop nelle strade significa, allora, restituirgli il proprio potenziale creativo e riscoprirlo come linguaggio in grado di dialogare con le altre forme dell’espressione artistica. Teatro, video, pittura, performance: differenti modi di comunicare, di analizzare il presente, di progettare il futuro. Lo spazio urbano si trasforma così nel luogo dove la creatività costruisce nuove forme della convivenza umana.
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